martedì 1 ottobre 2013

Misurare la propria vista in maniera romantica

Quasi tutti riescono a riconoscere nel cielo stellato il noto asterismo del Grande Carro. Se osservate con attenzione la seconda stella del manico, probabilmente vi potrete accorgere che si tratta in realtà di due stelle. Il Grande Carro, immagine da wikipedia Quello che è stato affermato da molti anni è che se siete in grado di distinguere le due stelle, questo è indice che avete una visione normale, i famosi "dieci decimi". A uno studio più accurato questo sembra strano, dato che le due stelle distano circa 12 primi, mentre il limite dei dieci decimi è di 1'. Ma alcuni studi sembrano mostrare che è davvero così, quindi quando vi recate romanticamente a vedere le stelle, potete anche valutare l'acuità visiva del vostro partner. Chi volesse leggere il breve testo con maggiori dettagli che ho preparato per la lezione al corso di laurea di ottica e optometria, lo trova a questo link. Ovviamente sono gradite osservazioni, correzioni e simili. In particolare, ho dato per scontato concetti che dovrebbero essere ovvi per gli studenti del corso di laurea, se questo lo rendesse illeggibile ditemelo!

martedì 27 agosto 2013

Un indirizzario un po' datato

Oggi è giunta presso il nostro istituto questa busta. Purtroppo il nome del presidente (anche se illustre) è un po’ datato….

lunedì 26 agosto 2013

Un interessante test logico

Mentre stavo leggendo l'interessante libro di Dario Bressanini (qui il suo blog) intitolato Pane e Bugie, ho scoperto un interessante test logico che diventa anche un'occasione per capire il metodo scientifico. Si tratta del cosiddetto compito di selezione di Wason. Guardiamo la figura qui sotto che comprende quattro carte che hanno da un lato un dorso rosso o marrone e dall'altro un numero che può essere pari o dispari.
Il compito che si chiede al soggetto è il seguente: sul tavolo ci sono quattro carte, ognuna ha un numero su un lato e sull'altro un dorso rosso o marrone. Nel nostro caso una carta mostra un 3, una un 8, una il dorso rosso e l'altra il dorso marrone. Faccio la seguente affermazione (tutta da verificare): se una carta riporta un numero pari, allora il suo dorso è rosso. Quante e quali carte devo girare per verificare questa affermazione? Ovviamente riducendo al minimo il numero di carte che giro.
E' interessante scoprire che solo il 10 per cento dei soggetti a cui Wason sottopose il test fornì la risposta corretta. Provate a pensarci anche voi.
La risposta corretta è che è necessario girare due carte (e su questo molti sono d'accordo). Una delle carte da girare è quella che riporta il numero 8 (e anche questo è condiviso da molti). L'8 è un numero pari e se il suo dorso non è rosso l'affermazione di partenza è falsa. Ma la seconda carta da girare è quella con il dorso marrone. Infatti se il numero dietro il dorso marrone è pari abbiamo falsificato la nostra affermazione. Si noti che moltissimi soggetti decidevano invece di girare la carta rossa. Questo non è di nessun aiuto: l'affermazione di partenza dice che se il numero pari allora il dorso è rosso, ma non afferma il contrario. Se il dorso è rosso il numero può tranquillamente essere pari o dispari. Girare la carta rossa è un esperimento inutile, perdita di tempo. L'aspetto interessante legato al metodo scientifico è che per provare una teoria scientifica bisogna andare alla continua ricerca di controesempi, anche se questo potrebbe portare alla distruzione della nostra bella teoria.Non è facile da mettere in pratica (ci innamoriamo tutti dei nostri modelli sperimentali), ma è la strada più proficua per arrivare alla scoperta. Andare fino in fondo, metterla alla prova.

mercoledì 19 giugno 2013

La parola "definitiva" sul gol?

Gli amici de “ilsussidiario.net” hanno pubblicato un mio articolo sul fatto che la scienza dovrebbe rispondere “definitivamente” se la palla è entrata o meno in porta. Ma la questione non è semplice, come sa chi conosce l’esistenza dell’errore sperimentale…Trovate l’articolo a questo link

lunedì 17 giugno 2013

La mia risposta alla lettera aperta di Rehak per gli optometristi laureati

La rivista “Ottica Italiana” ha pubblicato sul numero di Maggio del 2013 un’interessante lettera di Gianni Rehak dedicata agli optometristi laureati. Chi volesse leggerla la trova a questo link. Leggendola, mi sono nati molti dubbi. Li ho scritti alla rivista, ma vorrei condividerli con chi ne fosse interessato. Qui sotto metto il testo della mia lettera.

Al Direttore di “Ottica Italiana”

Gentile Direttore,
ho letto con estremo interesse la “lettera aperta agli ottici optometristi laureati” di Gianni Rehak pubblicata nel numero 5 del 2013 di Ottica Italiana. Interesse sicuramente acuito dal fatto che sono docente sia presso un corso di laurea in Ottica e Optometria (quello dell'Università degli Studi di Firenze), sia presso una scuola di ottica (l'Istituto Regionale Studi Ottici e Optometrici di Vinci). Ma non essendo un ottico optometrista (sono un fisico) e non essendo dipendente di nessuno dei due enti prima citati (appartengo all'Istituto Nazionale di Ottica del CNR) posso forse osservare la situazione con un certo distacco. La lettera pone alcuni problemi interessantissimi: quello su cui non sempre riesco ad associarmi è una sicurezza di alcuni giudizi. Probabilmente a causa della mia scarsa esperienza (nascevo quando Rehak era già ottico optometrista diplomato da vari anni) non riesco ad avere la stessa nettezza di giudizio.
Provo a mettere in pubblico alcune delle domande che ho, per vedere se ne possa nascere un dibattito che mi permetta di raggiungere la stessa sicurezza di Rehak. Ad esempio nella lettera si dice: “ci amareggia che solo il 20 percento dei figli e nipoti degli ottici optometristi frequenta i sette corsi di laurea in Ottica e Optometria”. Perché questo dovrebbe amareggiarci? Capisco che l'osservazione nasce probabilmente dal fatto che si possa pensare che se uno ha visto in famiglia un padre e una madre appassionati al proprio lavoro, questo debba generare nei figli la stessa passione. Ma questo non è (fortunatamente?) sempre detto. Conosco molti colleghi fisici appassionati, grandi ricercatori e divulgatori, i cui figli hanno scelto facoltà umanistiche, senza che questo sia minimamente un giudizio su nessuno. Anzi, quando io trovo una persona che fa molto bene il proprio lavoro, non nasce in me il desiderio di fare il suo stesso lavoro, ma piuttosto la voglia a seguire la mia inclinazione allo stesso modo con cui lui ha evidentemente seguito la sua. Infatti quando ci accorgiamo che i figli dei politici fanno i politici e che i figli di notai fanno i notai, spesso abbiamo un meccanismo inconscio di fastidio. Ma in realtà, come detto all'inizio, non ho certezze e quindi faccio fatica a essere amareggiato o lieto per questa differenza vocazionale tra genitori e figli.
Si parla poi nella lettera di diplomi di optometria rilasciati da organizzazioni che non giungeranno mai al livello universitario. Ora è evidente a tutti che l'Università ha un grandissimo vantaggio rispetto ad altre strutture: l'Università è l'unico luogo dove, strutturalmente e per statuto, didattica e ricerca devono marciare insieme. Questo rende l'Università un punto eccezionale di crescita umana e professionale. Ho però recentemente partecipato a una giornata dell'IRSOO di Vinci in cui alcuni studenti del corso di Optometria organizzato dalla scuola hanno presentato i loro lavori di tesi. Ho assistito a presentazioni interessanti e a ragazzi assai motivati. D'altronde in molti casi mi sono accorto che i docenti universitari delle materie più professionalizzanti coincidono con i docenti delle scuole. Inoltre talvolta gli studenti delle scuole (parlo almeno per le istituzioni a me note) riescono a fare un numero di ore di ambulatorio maggiore rispetto agli studenti universitari. Non so assolutamente se questo li porti ad essere dello stesso livello, sotto o sopra gli studenti universitari, a cui devono sicuramente invidiare una robustissima preparazione di base. Quello che so è che a Vinci, dove Università e scuola condividono la stessa sede, lo scambio di idee tra queste due “classi” di studenti porta solo benefici, come sempre accade quando si incontrano persone con percorsi diversi. Una cosa è certamente vera. Mentre il livello medio offerto dalla preparazione delle varie Università è abbastanza omogeneo, lo stesso non si può dire della preparazione offerta dalle varie scuole. Avendo avuto come studenti ai corsi di optometria persone che provenivano da varie scuole italiane, posso sicuramente assicurare che nel nostro paese convivono strutture di eccellenza con altre assai meno formative. Una battaglia interessante sarebbe quella di cercare di omologare (sperabilmente verso l'alto) anche tale livello.
Concludo con un'osservazione sullo slogan “Misurare, Prescrivere, Fornire”, presentando un altro dei miei numerosi dubbi. Se da un lato capisco che il “fornire” sia parte irrinunciabile della soluzione ai problemi visivi di una persona, dall'altro mi rendo anche conto di come esso rischi di prestare il fianco ad attacchi non sempre nati dal pregiudizio. Troppo spesso infatti l'attenzione delle persone si centra sul “fornire”, e la scelta del professionista si basa sulla percentuale di sconto che offre, più che sulla reale professionalità. Talvolta il lavoro di optometristi bravissimi è sottostimato perché offerto “gratis” all'interno della fornitura.
Mi scuso per i molti dubbi che ho presentato. Una certezza però mi accompagna: quella che la visione umana è tema così affascinante da permettere a tutti di dibattere su questi temi avendo a cuore soprattutto il desiderio di sollevare impercettibilmente, giorno dopo giorno, il velo sul mistero del vedere.

Alessandro Farini